domenica 28 marzo 2021

Colanesi

Colanesi non è un paese né un borgo: sono una decina di costruzioni sparse sulle pendici meridionali del Monte Fasce in una conca rivolta verso il mare e protetta dai venti di tramontana, sistemata un tempo a fasce terrazzate.

Erano fabbricati destinati per lo più a stalle, tutti costruiti rigorosamente in pietra locale - i calcari del Monte Antola - compresa la copertura che appoggiava su una struttura in legno.

Al loro interno, per quel poco che ormai è possibile leggere dalla tessitura dei muri, alcuni piccoli vani ricavati nello spessore delle pareti perimetrali utilizzati probabilmente per riporre oggetti o il fiasco del vino.

La zona era di transito dal mare di Nervi al Monte Fasce, passando per la Val Lentro in alta Val Bisagno e quindi alla pianura padana.

Tutta l’ area in generale risulta attraversata da una fitta rete di sentieri che dal mare salgono verso i primi monti alle spalle di Genova tra i quali spicca il Monte Fasce riconoscibile per le tante antenne.

Per raggiungere Colanesi si può partire dalla strada panoramica del Monte Moro. Dalla Chiesa Eremo di Santa Chiara, si segue il crinale indicato dalla FIE con una T rossa rovesciata, fino ad incontrare un grosso masso. Da qui il sentiero piega verso il mare (segnavia un bollo rosso) tagliando le pendici meridionali del Monte Fasce ed arrivando in circa 1,30 ore alla meta.













sabato 13 marzo 2021

La valle nascosta del rio Pomà e i suoi mulini

Nella parte alta del rio Pomà, affluente di sinistra del torrente Sturla si trovano i resti di sette degli oltre settanta mulini che lungo tutta la valle dello Sturla macinarono grano, orzo, ceci e castagne secche.


I prodotti da macinare non erano solo locali, ma provenivano per la maggior parte da commerci marinari: giungevano a Genova sulle navi provenienti dalla Sardegna, Calabria, Provenza e dall'Africa. Dal porto le merci erano trasportate in valle Sturla da carri trainati da muli.

Quello che resta dei sette mulini lungo il rio Pomà si può visitare percorrendo inizialmente il sentiero che in sponda destra risale il corso del rio con partenza dal b&b Alle Giare. (posteggio privato quindi lasciare l’ auto nella piazza di San Desiderio). Dal 1° mulino la risalita diventa più difficile dovendo attraversare alcune volte il corso d’ acqua.

Ad una quota di circa 191 si incontrano in sponda destra i resti del primo mulino, alimentato da un lungo beudo che azionava una ruota verticale. La cosa interessante è che l’ acqua utilizzata non veniva reimmessa nuovamente nel rio ma, ulteriormente canalizzata, andava ad alimentare un altro mulino posto più a valle in sponda sinistra.






Per passare da una sponda all’ altro del rio esiste ancora oggi un ponte a due arcate in pietra chiamato localmente “Puntin” risalente al XVIII secolo.




Proseguendo la risalita del rio ad una quota di circa 200 mt. in sponda sinistra troviamo i resti di due mulini sovrapposti, dalla struttura ancora parzialmente leggibile.




Continuando ancora lungo il rio Pomà, questa volta di nuovo in sponda destra, un ulteriore mulino con l’ alloggiamento della ruota posto a monte. 


Da qui camminando lungo il beudo che lo alimentava si trovano sulla sponda opposta, la sinistra, altri due mulini sovrapposti.












sabato 14 novembre 2020

Mulino di Follo – Comune di Cicagna


Lungo la strada che porta da Cicagna a Favale di Malvaro, in località Follo si trova un antico mulino visibile dalla strada e ubicato in sponda destra del torrente Malvaro.

E’ il classico fabbricato di pendio costruito utilizzando il dislivello tra una fascia e l’ altra con la copertura ancora ben conservata in abbadini di ardesia.

La sua organizzazione interna non è di facile lettura non essendo più presenti i vari ingranaggi così come il tipo di ruota del tipo “a cassetta” (verticale) o a “pelton” (orizzontale).

Sulle mappa catastali originarie è evidenziato il lungo canale di adduzione, il cosiddetto “beudo”, che attingeva l’ acqua dalla frazione a monte del mulino denominata Novellastre.

Adiacente al mulino vi sono dei ruderi con all’ interno dei vecchi macchinari utilizzati per la trasformazione e produzione di energia elettrica, il che fa pensare ad un doppio utilizzo del mulino: per la macinazione dei cereali o magari castagne e per la produzione di corrente elettrica.











venerdì 2 ottobre 2020

MULINI DI TONNO

Ubicati in sponda destra del rio di Tonno o rio dell’ Orso, sono tre distinti fabbricati, ancora in discreto stato di conservazione, nonostante i crolli delle coperture.


MULINO DU  LESSIU

Il più grande è chiamato "U Muin du Lessiu" dal nome del proprietario Alessio Peruzzo di Casareggio, passato poi al figlio Peruzzo Antonio detto “Mosca”, da qui la denominazione "U Muin di Mosca".

Il fabbricato è datato 1420 come risulta inciso su di una pietra posta sul prospetto ovest. Il mulino è anche detto di Chiappa Crosa dal nome della frazione che serviva (Chiappa) e della famiglia proprietaria (Crosa).

Al suo interno i resti del “castello” che sorreggeva due macine e l’ “arganello” utilizzato per sollevare la macina superiore e consentire quindi di rifare le scanalature, operazione che veniva detta “battere mola”.

La porta di accesso "zoppa"  indica un uso commerciale dell'edificio con la porzione a finestra utilizzata come banco per la vendita.

Il mulino è stato attivo e funzionante fino al 1964; gli altri due edifici erano abitazioni e su di una di esse c'era una meridiana.

Lungo il greto del rio di Tonno si possono ancora notare le spalle dell’ antico ponte che attraversava il rio di Tonno conducendo alla frazione di Chiappa, ponte ancora transitabile fino alla fine del secolo scorso.

Il mulino era collegato con una teleferica a motore che serviva per il trasporto della farina e delle castagne verso la frazione del Fullo.


MULINO DI TONNO

Più a valle scendendo il Rio di Tonno (indicato come rio dell’ Orso sulle mappe catastali) in sponda destra troviamo i resti di un secondo mulino con all'interno ben visibile i resti di una macina. Denominato Il Mulino di Tonno dal nome della frazione che serviva.


MULINO DU BARDUN

Il terzo mulino si trova ancora più a valle, sempre in sponda destra del rio di Tonno sotto l’ abitato di Casareggio ed era detto Muin du  Bardun

Un centinaio di metri prima di arrivare al mulino si nota nell'alveo la traccia di un muro intonacato a calce, ciò che resta dello sbarramento a diga che creava un piccolo lago dal quale partiva il canale di acqua che lo alimentava. 

Nel 1890 una grande alluvione distrusse buona parte dei mulini della valle e spazzò via anche questo manufatto.


Fonte: Gilberto Ruggeri, Aldo Scorzoni, Andrea Bagnasco e Giuseppe Bagnasco.


MULINO DU  LESSIU







MULINO DI TONNO




MULINO DU BARDUN











giovedì 10 settembre 2020

NOCI COMUNE DI MONTOGGIO

L’ arrivo a Noci, percorrendo la sterrata proveniente da Capenardo, è annunciato da una lapide in memoria di Gildo Pensiero “Giuda” (1922-1945) Garibaldino della Brigata Volante Severino che qui aveva il proprio quartier generale ricordato con una targa in prossimità di un fabbricato ormai diruto (ex osteria).

Il borgo, sulla mappa catastale, è composto da circa 50 fabbricati, anche se è quasi impossibile oggi fare una distinzione tra abitazioni, fienili ecc. anche in relazione alla inaccessibilità di larghe zone del paese.

Quella sicuramente riconoscibile è la piccola chiesa dedicata a Nostra Signora Assunta con annessa canonica che ospitava anche la scuola elementare, posta al centro del paese.

Come scrive Fezzardi nel suo libro “Monte Bano, molte storie”, la fondazione del paese sembrerebbe da ascrivere ad emigranti provenienti dalla Corsica che fino al 1768 era una colonia Ligure.

Nel paese vi erano due osterie, una bottega di falegname, come detto la chiesa e la scuola che garantiva fino alla terza elementare, dopo di che chi voleva proseguire era costretto ad andare fino a Montoggio sobbarcandosi un ora e mezza di mulattiera ad andare ed altrettanto a ritornare.

Nel 1951 Noci risultava abitato da 67 residenti, mentre nel censimento ISTAT del 1961 erano scasi a 36. Tra il 1866 e il 1951 risultavano nati a Noci 314 bambini il cui cognome prevalente era Risso.

Lo stato di conservazione risulta per la maggior parte precario ad accezione delle case immediatamente circostanti la chiesa che sono state in parte ristrutturate negli anni passati, anche se, alla data della visita (6/9/2020), nessuna presentava segni di vita.


Fonte: Monte Bano, molte storie di Marco Fezzardi


La mappa catastale di impianto del paese di Noci

Il cartello posto lungo la strada proveniente da Capenardo


La chiesa dedicata a Nostra Signora Assunta