domenica 22 aprile 2012

Mulino di Alpe di Vobbia


Ho scoperto il Mulino di Alpe di Vobbia quasi per caso, scorgendo la sua ruota dal Passo dell’ Incisa. Quello che mi ha colpito è stato che, a differenza di altre strutture di questo tipo, la copertura era quasi integra, segno che anche la conservazione dell’ interno poteva essere in buone condizioni.

E’ partita allora la ricerca storica e cartografica. La prima con scarsissimi risultati, mentre la seconda, grazie alla consultazione delle mappe catastali di impianto, le cosiddette “canapine”, mi ha permesso di individuare il fabbricato, identificato con il toponimo “Mulino d’ Alpe”.

Dalle carte consultate, tra le quali la C.T.R. in scala 1:5000, si individuavano due accessi principali: uno da Alpe di Vobbia ed un altro dalla strada che una volta raggiungeva il paese di Costa Clavarezza.

Ho fatto alcuni tentativi da Alpe di Vobbia, frazione collegata un tempo con una mulattiera con la frazione di Costa Clavarezza, che passava a lato del mulino; purtroppo, come spesso accade, queste vecchie mulattiere non sono più rintracciabili se non per brevissimi tratti.

Allora ho provato un'altra strada: raggiungere il mulino dal basso, seguendo quello che rimane della strada carrabile che da Vobbia raggiunge Costa di Clavarezza, oggi franata in alcuni punti a seguito dell’ alluvione del 2000.

Il percorso risale il Torrente Fabio in sponda destra, fino alla quota di 584,00 dove si incontra il ponte che lo attraversa. Da questo punto in poi si segue la strada che sale a Costa di Clavarezza fino al primo tornante, per seguire quindi il sentiero che risale il torrente Fabio in sponda sinistra.

Il sentiero attraversa un bosco di castagni secolari e risulta evidente delimitato per alcuni tratti da muri a secco, fino a raggiungere una radura a quota 635,00. Da questo punto in poi è necessario scendere sul greto del torrente Fabio e risalire dalla sponda opposta, in corrispondenza del rio Acqua Fredda, affluente del torrente Fabio. Si riprende quindi il sentiero che conduce in breve al pianoro a quota 694,00 dove sorge il mulino.




Il Mulino

Il mulino è disposto su tre piani: al piano terra c’ è la stanza dove sono  alloggiati i meccanismi e le macine. La zona risulta sopraelevata di circa un metro rispetto al terreno circostante ed è accessibile mediante alcuni scalini in pietra. Le macine sono poste superiormente agli ingranaggi ed accessibili tramite un piccola porticina laterale da dove il mugnaio alimentava le tramogge poste sopra le macine.

A lato del mulino un'altra stanza destinata a cantina, mentre al piano superiore era posizionata l’ abitazione del mugnaio; evidenti ancora i resti di un vecchio forno con volta in pietra, impiegato probabilmente per la cottura del pane. Sempre al piano della cucina c'era anche un "abergo" ovvero un vano per la seccatura delle castagne.

Per il bestiame ed il fieno erano presenti due cascine a monte del mulino, mentre il terreno circostante era coltivato con alberi di frutta e perfino un vigneto.

Rispetto ad altri mulini della zona, il Mulino d’ Alpe ha una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri: era alimentato da una grossa vasca, posta a monte del fabbricato, che con un beudo, captava l’ acqua dal rio dei Cugni.

Evidentemente la sua posizione orografica nella parte alta della valle del rio Fabio, non assicurava la necessaria quantità di acqua anche durante i periodi di maggiore siccità e quindi la necessita di avere questa grossa vasca di accumulo.

Dalla vasca di accumulo semi interrata delle dimensioni di circa 12 x 5 mt., l’ acqua veniva convogliata al mulino con una condotta oggi scomparsa, probabilmente costituita da tubi in ferro.

Dalle ricerche eseguite sulla cartografia, soprattutto catastale, il mulino era collegato sia con Alpe di Vobbia che con il paese di Costa di Clavarezza tramite “strada comunale”.


Come funzionava

Il Mulino d’ Alpe era, come detto, alimentato da un condotta che convogliava l’ acqua dalla vasca di accumulo alla ruota esterna costituita da una parte centrale in ferro, raggi in legno ed una parte esterna realizzata sempre in ferro imbullonato dove veniva convogliata l’ acqua che a caduta imprimeva il movimento rotatorio.

Girando, la ruota trasmetteva il movimento ad un’ altra ruota dentata in ferro posta all’ interno del mulino, che faceva girare un asse orizzontale sul quale erano fissate due ruote verticali in ferro con denti in legno.

Il movimento delle ruote dentate era trasmesso a due alberi a cammi montati su di un asse verticale, che trasformava il movimento da orizzontale a verticale facendo ruotare il palmento mobile, formato da una macina fissa – quella inferiore – e da una mobile che ruotava grazie al meccanismo appena descritto.

I volantini che si vedono nelle foto, uno per ciascuna macina, servivano per regolare lo spessore del prodotto da macinare (grano, castagne ecc.), che veniva inserito in un foro centrale (bocca) attraverso una tramoggia a forma di cono trapezoidale rovesciato.
  
Quando il palmento mobile si appoggiava su quello fisso e si metteva in moto, si otteneva lo sgretolamento del prodotto, che una volta macinato, scendeva attraverso le scanalature, ancora visibili, cadendo all'interno di appositi cassoni in legno, alcuni dei quali ancora presenti all’ interno del mulino.

L’ avere due macine aveva una duplice valenza: potere macinare il doppio del prodotto, ma più verosimilmente, macinare contemporaneamente due prodotti diversi. Nel nostro caso una era destinata esclusivamente al grano, l'altra serviva per ogni altro prodotto, specialmente mais e castagne.

Si può ancora notare, alle spalle delle macine, la struttura in ferro che serviva per sollevare la loro parte superiore per le operazioni di sostituzione in funzione del grado di macinatura richiesto.


© Paolo De Lorenzi – aprile 2012














10 commenti:

  1. Salve! Che belle foto... Mi hanno colpito particolarmente perchè mia mamma ha vissuto con la sua famiglia nel mulino negli anni dal 1938 al 1942 circa... la ricostruzione descrittiva fatta corrisponde quasi del tutto alla realtà. Delle due macine, una era destinata esclusivamente al grano, l'altra serviva per ogni altro prodotto, specialmente mais e castagne. Il vano al pian terreno identificato come stalla era in realtà una cantina, perchè per il bestiame e il fieno erano presenti due cascine a parte (non so se ci sono ancora i resti). Inoltre nel piano della cucina c'era anche un "abergo" ossia un vano per la seccatura delle castagne. Il terreno attorno al mulino era coltivato con alberi di frutta e perfino un vigneto. Credo che fosse un posto davvero bellissimo e ancora oggi conserva un fascino malinconico...

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    1. Grazie del commento e dei complimenti, che fanno sempre piacere.

      Ha per caso qualche vecchia foto ?, Mi piacerebbe con il suo consenso pubblicare quanto da Lei descritto.

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    2. Non credo purtroppo che mia mamma abbia foto vecchie del mulino... però lo chiederò per sicurezza sia a lei che a mia zia. Se ha domande o curiosità in relazione al mulino e alla vita che ci si svolgeva all'epoca siamo a disposizione!

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  2. Complimenti per le belle foto.Noi conosciamo molto bene Costa di Clavarezza,siamo grandi amici del coltivatore di albicocche.Avevamo bisogno di persone come lei per far conoscere a tante altre persone la bellezza di questa valle.Tanti saluti e grazie


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  3. che belle foto...mi hanno molto colpito quelle del mulino di Vobbia xchè ci sono stata già diverse volte e trovo che sia un posto molto emozionante,e penso che sarebbe stato molto bello se fosse stato bene conservato...è stato anche molto piacevole aver visto le foto di Costaclavarezza a cui sono molto legata xchè ho trascorso lì la mia infanzia e ne sono tutt'ora un assidua frequentatrice anche in inverno, raggiungo il grazioso paese a piedi e con la neve trovo sempre uno splendido paesaggio...grazie

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  4. Grazie a tutti dei commenti se avete foto antiche di queste località mi piacerebbe inserirle nel blog, con il Vostro consenso naturalmente.

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  5. bellissimo! grazie!! anche mia madre ha vissuto qui da bambina

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  6. che emozione rivedere il mulino! Nell'estate del 1994 andammo a vederlo con la mia cara prozia Maria, che ci aveva abitato da bambina, essendo stato costruito da suo nonno! Ci portò da Alpe, che allora era ancora collegata al mulino e nella nostra famiglia se ne parla spessissimo perchè questo mulino ha una bella e interessante storia alle spalle: intanto chi lo costruì lo fece coi soldi che guadagnò in Argentina, motivo per cui nella nostra famiglia ancora adesso si fa merenda con la Jerba, questo mio antenato addirittura lo costruì ben due volte, essendo bruciato la prima. Ed entrando notammo il cognome Oberti scritto su un muro, segno voluto per marcare la proprietà. La zia Maria ci raccontava spessissimo della vita laggiù e io adoravo sentirle, non rimangono molti personaggi dell'epoca a raccontarci com'era la vita in questi paesini. Ho qualche foto, ma non belle come le tue

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  7. Buongiorno sig.ra Vittoria,

    intanto La ringrazio degli apprezzamenti e della storia relativa al mulino.

    Se potesse inviarmi - se ha voglia e tempo - qualche foto se vecchie ovvero magari con il mulino non ancora abbandonato le vorrei aggiungere a quelle che ho scattato io.

    Sulla storia, avrebbe invece voglia di scrivere qualcosa a riguardo oltre quella già contenuta nella sua mail ?

    La ringrazio anticipatamente.

    cordiali saluti

    Paolo De Lorenzi

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